I DATI DELLA VIOLENZA

Pubblicato Giovedì, 05 Aprile 2012 20:34
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Analisi dei dati nei quindici anni di attività

Per ogni donna che entra in contatto con l’associazione compiliamo una scheda anonima. Tale scheda, utilizzata in tutti i centri antiviolenza della Lombardia, riporta i dati anagrafici della donna, le caratteristiche del maltrattamento e i dati anagrafici del maltrattatore, il racconto della donna e la descrizione del percorso che viene effettuato con il sostegno dell’associazione. La compilazione della scheda non rappresenta un obiettivo ma uno strumento di lavoro nel percorso di accompagnamento della donna. Essa ci fornisce, inoltre, ogni anno, la possibilità di avere dei dati in forma aggregata, che ci consentono una maggiore conoscenza del fenomeno, della tipologia delle donne e dei soggetti maltrattanti, ma soprattutto ci permettono di valutare la metodologia seguita. L’analisi dei dati diventa quindi un’importante occasione di verifica dell’attività dell’associazione.

Di seguito riportiamo una sintesi dei dati raccolti in questi 20 anni di attività. Laddove possibile si effettueranno delle comparazioni fra i diversi anni, evidenziando i cambiamenti diacronici, in altri casi si farà riferimento ai dati più recenti, quelli riferiti all’anno 2010.

Dal 1991 ad oggi, Telefono donna ha accolto 2.932 donne.

Nel corso degli anni vi è stato un costante aumento del loro numero [Grafico 1], spiegabile con una maggiore conoscenza dell’associazione da parte della cittadinanza, con la realizzazione di specifiche campagne di sensibilizzazione sul fenomeno che favoriscono l’emersione dello stesso, con l’ampliamento dell’orario di apertura dello sportello e, in particolare degli ultimi anni, con l’aumento degli invii da parte di enti e istituzioni del territorio, a seguito dell’implementazione del Protocollo provinciale.

È un indicatore di quest’ultimo fattore anche il canale di informazione che permette alla donna di conoscere e contattare l’associazione. Nel 2010, per quasi il 50% delle donne il canale di informazione è costituito dagli operatori e dalle operatrici di enti pubblici.

Solo quattro anni fa la prima fonte di informazione era il “passaparola”, lo era per il 22.7% delle donne (ora per il 9.2%), seguita dal materiale informativo dell’associazione (era il 19.5%, ora questo rappresenta ’1.5%). Negli anni, anche per le indicazioni formali, come quelle contenute nel Protocollo provinciale e nelle Linee Guida ad esso allegate, l’associazione è divenuta sempre più un riferimento per i soggetti del territorio in tema di maltrattamento e di violenza sulle donne.

Nel 2010, la maggior parte delle donne che si sono rivolte all’associazione rientrava in una fascia di età compresa fra i 28 e i 47 anni (62,1%). In passato, invece, la maggior parte delle donne rientrava nella fascia di età fra i 38 e i 47 anni. Tale cambiamento è spiegabile con l’aumento della percentuale di donne straniere che si rivolgono all’associazione: le donne straniere sono mediamente più giovani delle italiane, il 61% ha infatti meno di 38 anni.

 

Il dato che negli anni ha subito maggiori variazioni è quello relativo alla nazionalità. Anche solo prendendo in considerazione gli ultimi cinque anni, si rileva un aumento di quasi il 20% delle donne straniere: non avevano nazionalità italiana il 18.1% delle donne che si sono rivolte all’associazione nel 2006, oggi sono il 37.2%, più di un terzo del totale [Grafico 2].

 

Questa variazione è solo in parte spiegabile con l’aumento della popolazione femminile straniera presente in Italia e, in particolare, in provincia di Como. È evidente la sovra rappresentazione del dato relativo alle donne straniere che si rivolgono all’associazione (la percentuale delle donne straniere residenti in provincia di Como è del 7.4% sul totale della popolazione femminile provinciale).

Questo ci rimanda ad alcune considerazioni: la probabile assenza per le donne straniere di una forte rete familiare ed amicale alla quale potersi rivolgere per ricevere aiuto e sostegno a differenza delle donne italiane ma anche, vedendo la percentuale degli uomini maltrattanti stranieri (anch’essi sovra rappresentati), si può ipotizzare una maggiore presenza di situazioni di violenza in nuclei stranieri, o meglio, una maggiore frequenza di violenza fisica, come i dati di Telefono Donna testimoniano.

Fra l’altro, questo tipo di violenza aumenta la probabilità che la donna entri in contatto con gli enti del territorio, gli ospedali in primis, i quali, coerentemente con quanto previsto dal Protocollo provinciale, la inviano all’associazione. Prendendo poi in considerazione la situazione economico-lavorativa, si rilevano ulteriori differenze significative fra italiane e straniere: il 46.7% di queste ultime è senza reddito (le italiane sono il 34.6%) e il 35.6% ha un reddito basso (le italiane sono il 23,3%).

Questi dati, come alcune delle considerazioni riportate sopra, evidenziano chiaramente le maggiori difficoltà che le donne straniere possono incontrare nell’uscire da situazioni di violenza: da una scarsa rete familiare e amicale, legata anche all’isolamento da parte della propria comunità etnica, alla giovane età, alla non autonomia economica. L’86.3% delle donne che si sono rivolte all’associazione nel 2010 ha figli/e , per un totale di 430 soggetti. Di questi, il 67% è minorenne, per un valore assoluto di 286 fra bambini (149) e bambine (137). Nella scheda di rilevazione si riporta, quando possibile, se la violenza venga esercitata dal soggetto maltrattante anche sui figli. Nel 2010 questo è avvenuto nell’8,7% dei casi. Ciò significa che 286 minori assistono, spesso quotidianamente, ad atti di violenza sulle loro madri e 25 di loro subiscono dei maltrattamenti anche direttamente. Sappiamo, comunque, dalla letteratura e dalle ricerche in proposito, che la violenza assistita è dannosa per la crescita dei minori quanto quella subita direttamente.

Il 74.9% delle donne che si sono rivolte all’associazione nel 2010 è sposata o convive, il 12.0% è divorziata/separata, l’11.3% risulta nubile e l’1.8% è vedova [Grafico 3]. Con l’aumento del numero delle donne straniere è di conseguenza aumentata negli anni la percentuale di donne sposate o conviventi mentre è diminuita quella relativa alle divorziate/separate, percentuale comunque sempre presente e superiore al 10%. Si evidenzia questo aspetto per sottolineare che anche quando la donna si allontana, decide di lasciare il partner, può essere ancora vittima di violenze o maltrattamenti (vedi, ad esempio, fenomeni come lo stalking); questo ci dice che ci sono donne, contrariamente a quello che spesso si pensa, che fanno la scelta di lasciare il marito violento, ma purtroppo non sempre i maltrattamenti cessano anzi, in alcuni casi, tendono ad acuirsi. Ciò ci fa riflettere ulteriormente sulle grandi difficoltà insite nei percorsi per uscire dalla violenza.

Nel 2010, le donne con una discreta autonomia economica, non unico ma importante fattore di facilitazione di uscita dal contesto familiare violento, sono state poco più di un terzo: solo il 38.3% aveva un lavoro a tempo indeterminato e/o solo il 32.6% aveva un reddito medio o alto; il 38.9% non aveva un reddito perché disoccupata o casalinga mentre le restanti donne svolgono lavoro occasionali o in nero (15.0%) e/o avevano un reddito basso (28.2%).

Per quanto concerne il livello di scolarità, nel 2010 la percentuale più elevata è stata quella delle donne con un diploma di scuola media superiore (36.8%), seguite dalle donne con il diploma di terza media (27.1%), di scuola professionale (18.0%), di laurea (12.8%) ed, infine, di scuola elementare (5.3%). Nel corso negli anni, si rileva in generale un aumento del numero di donne con diploma di scuola superiore e una diminuzione di quelle con diploma di scuola media inferiore. Da questi dati si evince come il fenomeno sia trasversale anche dal punto di vista del livello culturale, sfatando così l’idea comune che le donne che subiscono maltrattamenti e violenze abbiano prevalentemente un livello culturale basso.

Un altro luogo comune è quello che vuole la violenza quale elemento proprio di contesti di disagio o di particolari difficoltà. Come vedremo soprattutto a proposito dell’autore del maltrattamento, la violenza è nella maggior parte dei casi legata a contesti di normalità. Nel 2010, il 93.5% delle donne non aveva problemi legati a situazioni di dipendenza da sostanze, non aveva disturbi psichiatrici o precedenti penali o altro. Questa percentuale è di poco superiore a quella dello scorso anno. Nel 2010, fra i casi per cui è stato possibile rilevare il dato, solo uno riguarda una donna con problemi di dipendenza, il dato è inferiore a quelli del 2009. Quasi stabile risulta, invece, la percentuale delle donne con disturbi psichiatrici; si ricorda come tali disturbi possano essere conseguenza della violenza e dei suoi effetti nel tempo.

Per quanto concerne la tipologia di maltrattamento subito dalle donne che si sono rivolte all’associazione, la percentuale più elevata riguarda, come immaginabile, il maltrattamento psicologico, subito dal 92.3% delle donne. Questa tipologia di violenza ha valori elevati in quanto trasversale agli altri tipi di violenza e comprendente lo “stalking”, tipologia non ancora contemplata come tale nelle schede di rilevazione adottate dai centri della Lombardia. Il 70.6% delle donne dichiara di aver subito maltrattamenti fisici, il 22.7% violenze di natura economica e il 7% sessuale. Evidenziamo come il dato relativo alla violenza fisica nel corso degli anni abbia subito un significativo aumento, passando dal 50% del 2006 al 70.6% del 2010 [Grafico 4] [Grafico 5]. Questo dato sembra essere correlato con quello relativo all’aumento degli stranieri maltrattanti, i quali, usano la violenza fisica più frequentemente degli italiani: l’85.3% degli uomini stranieri usa violenza fisica contro l 64.6% degli uomini italiani. Va notato, comunque, che la violenza fisica, seppur inferta in misura minore rispetto agli stranieri, è aumentata anche fra gli italiani.

Nonostante oramai, anche a livello di opinione pubblica, sia risaputo che la violenza sulle donne avvenga prioritariamente in ambito familiare, è sempre utile illustrare i dati relativi alla tipologia di maltrattatore, in relazione al suo rapporto con la donna. Come mostra il [Grafico 6], nel 75% dei casi seguiti da Telefono Donna il maltrattatore è il partner della donna, nel 16.4% l’ex partner, nel 3.6% un parente e nel 5% delle situazioni un soggetto estraneo alla cerchia familiare (collega, conoscente, datore di lavoro, sconosciuto…). Anche per gli uomini maltrattanti vengono rilevate variabili di tipo economico-lavorativo. Dai dati del 2010 è evidente l’incidenza della crisi economica: gli uomini maltrattanti senza reddito erano il 7.5% nel 2006, oggi sono il 20.1%. Coloro che avevano un lavoro a tempo indeterminato erano il 78.4%, oggi sono il 67.2%.

Per quanto riguarda la nazionalità, il 70.9% degli uomini maltrattanti è cittadino italiano, il restante 29.1% è straniero, nella maggior parte dei casi proviene da un paese extracomunitario, coerentemente con la distruzione della popolazione straniera in Italia in base al paese di provenienza.

Nel 2006 i soggetti maltrattanti stranieri erano il 17.8%, oggi sono il 29.1%. Il numero di uomini violenti stranieri è inferiore al numero di donne straniere (37.2%), ciò significa che una percentuale non bassa di donne straniere subisce violenza da uomini italiani.

Concludiamo con un breve commento riguardo la variabile “problemi del maltrattatore”. Nel 2010, la metà dei soggetti maltrattanti (50%) poteva essere definita “normale”, tale percentuale veniva seguita da soggetti con problemi di abuso di alcool (28.9%); le altre tipologie di problematiche (tossicodipendenza, precedenti penali, problemi psichiatrici, ecc.) riguardavano un numero esiguo di maltrattatori. Questi dati ci fanno riflettere sulla “normalità” della violenza, su uomini che possono essere definiti “al di là di ogni sospetto”, che spesso danno un’immagine di buon marito e di buon padre nelle relazioni sociali esterne alla famiglia, che forniscono un’immagine di rispettabilità e integrità. Questo può essere un ulteriore elemento di difficoltà per le donne nel riuscire ad essere credute nel momento in cui denunciano, più o meno formalmente, la loro situazione, nel tentativo di uscire dalla violenza.